Cibi transgenici, una roulette russa
Giorgio Celli
Nel caso degli organismi geneticamente modificati, in sigla Ogm, e sulla eventualità di
consentire o no la coltivazione in campo di piante transgeniche, come i pomodori che non
marciscono, o le fragole con un gene di pesce, gli ambientalisti richiedono in maniera
perentoria la messa in atto del principio di precauzione. Però, nel corso di diversi
incontri pubblici, ho potuto constatare come il detto principio non risulti chiaro a
molti, e mi sembra utile, allora, rimediare qui a questa lacuna conoscitiva. Comincio con
il dire, se mi permettete una piccola vanteria, di essere stato un precursore, anche se
non avevo impiegato l'espressione principio di precauzione, ma legittima suspicione, una
locuzione giuridica che avevo trasferito nell'ambito dell'ecologia e nella fattispecie dei
residui di pesticidi nel cibo. Faccio un esempio che illumini: il benomyl è un fungicida
impiegato in agricoltura contro diverse avversità delle piante coltivate, ed è stato un
brutto giorno quando un laboratorio, inglese se ben ricordo, ha dato alle stampe alcune
sue ricerche che avvaloravano il sospetto che la suddetta molecola di sintesi potesse
produrre effetti teratogeni - in parole povere quanto terribili, che potesse provocare la
nascita di bambini ciechi! Il laboratorio risultava, dal punto di vista
dell'attendibilità scientifica, di tutto rispetto, e così la rivista che aveva
pubblicato i dati. Quindi, c'era legittima suspicione, e non sembrava lecito passar sopra
alla questione, con la speciosa massima che «una rondine non fa primavera». Mi sembra di
ricordare che la Nuova Zelanda proibì subito l'uso agricolo della molecola. Così avrebbe
dovuto fare il nostro paese, perché, e qui veniamo al punto, la legittima suspicione,
secondo me, di fronte a una minaccia così grave per la salute, doveva, e deve, essere
elevata a valore di prova, fino, per dir così, a prova contraria. Ma di solito, da noi,
le controprove spesso non sono scientifiche, e si fondano, invece, su giudizi
discrezionali e non sperimentali. Un «barone» della tossicologia decreta che i dati del
laboratorio inglese sono problematici e, sostituendo la sperimentazione, che dovrebbe
fare, con una opinione, che esprime audacemente, assolve il benomyl che continua a essere
immesso nel campo coltivato e sui suoi prodotti. Succedono altre cose davvero curiose, se
mi si consente la digressione: l'atrazina, una molecola impiegata contro le erbe
infestanti del mais, filtrò, poco più di un decennio fa, negli acquedotti del bergamasco
e del rodigino, dove il mais era estesamente coltivato, costringendo le popolazioni ad
attingere l'acqua potabile da provvidenziali cisterne. Alcuni scienziati, d'amblée, e
quindi esprimendo opinioni e non sperimentazioni, che non avevano avuto il tempo di fare,
dissero che al posto di un chilo di atrazina per ettaro, come era stato sempre prescritto,
era possibile, senza danno economico, erogarne la metà. Ma, se sapevano questo, perché
non lo avevano comunicato prima agli agricoltori, evitando un peggioramento dell'ambiente,
e uno spreco economico? Chi aveva lucrato su questo surplus, che andava al di là delle
necessità tecniche di difesa del mais? Non saranno state, per caso, le multinazionali
della chimica? Lascio a voi il giudizio. Qualche giorno fa, nella commissione Agricoltura
del Parlamento europeo, si è discusso se consentire l'impiego della somatotropina per
favorire la fecondità negli allevamenti del bestiame. Uno dei parlamentari era
favorevole, e ha affermato che, dopo tutto, non si sapeva se questa sostanza potesse
produrre danni alla salute del consumatore. Bene, il principio di precauzione suggerisce
come questa affermazione vada, per dir così, rovesciata, o rimessa in piedi se preferite.
Infatti, non è che una sostanza può essere immessa nell'ambiente o destinata
all'alimentazione degli animali, e dunque dell'uomo, se non si sa se è dannosa; è
indispensabile, invece, sapere che non lo è. Insomma, se sono in gioco la salute nostra e
dell'ambiente, non è legittimo considerare l'ignoranza come una garanzia. Altrimenti, si
costringe il consumatore a giocare alla roulette russa, un paragone che mi sembra del
tutto pertinente. Quando il professor Regge afferma che la Cina mette in tavola da anni
dei cibi di origine transgenica, e non si sono mai evidenziati danni alla salute di questi
consumatori, è proprio sicuro che sia così? Se gli Ogm contenessero cianuro, avremmo
accertato facilmente la pericolosità dell'ingestione: la gente sarebbe morta in massa.
Nel caso di effetti sottili, e subdoli, si rendono sempre necessarie ricerche
epidemiologiche mirate, condotte sul lungo periodo, e non mi risulta che, né in Cina né
altrove, siano state mai fatte. Richiamo alla memoria del professor Regge con quanta
difficoltà si è potuto accertare la cancerogenicità del Ddt e di altre molecole di
sintesi. Si trattava, non dimentichiamolo, di sostanze xenobiotiche e non di organismi
modificati, non del tutto dissimili da quelli d'origine. Nei riguardi degli Ogm, possiamo
solo affermare, come nel caso della somatotropina, che non sappiamo ancora bene se siano
dannosi alla salute di chi li consuma, ma che proprio per questo invocare il principio di
precauzione risulta del tutto legittimo. Se la storia è maestra degli uomini, come si
dice spesso, dobbiamo ricordarci della leggerezza con la quale abbiamo immesso milioni di
tonnellate di pesticidi nell'ambiente, senza saper bene che cosa potessero produrre negli
ecosistemi, visto che sono biocidi e non acqua fresca, e abbiamo del pari costruito
centrali nucleari senza sapere dove mettere le scorie. Non vi sembra che un po' di
precauzione possa aiutarci a non provocare altre catastrofi?
tratto da "La Stampa" del 15/01/2000