DIOSSINA, "mucca pazza", ogm
Gli scienziati pazzi dell'agroalimentare
La fine del millennio vede crescere, inattesa, una "grande paura": quella
dell'alimentazione quotidiana. Dalla "mucca pazza" al pollo alla diossina,
passando per il bovino agli ormoni, la soia transgenica, le farine agli estratti di
cadavere per gli animali da macello o i pesci d'allevamento, fino all'acqua minerale e
alla Coca-Cola contaminate, la lista dei prodotti di consumo adulterati si allunga. Un
filo rosso collega queste aberrazioni: la ricerca del massimo profitto da parte delle
multinazionali dell'agroalimentare che stanno trasformando l'agricoltura in un'industria
che non lascia più spazio al contadino. Il 25 giugno scorso, i ministri dell'ambiente
dell'Unione europea, dopo accese discussioni, hanno deciso una moratoria parziale per i
cibi transgenici. Il progetto di direttiva che dovrà essere approvato dal nuovo
Parlamento europeo e dovrebbe entrare in vigore nel 2001 stabilisce che i nuovi Ogm
(Orgamismi geneticamente modificati) non abbiano più autorizzazione illimitata, ma siano
riesaminati con scadenza decennale. Decisa anche l'etichettatura dei cibi transgenici, con
la ricostruzione dei "percorsi", dal prodotto agricolo fino a quello
trasformato. Un piccolo passo nella giusta direzione, secondo alcuni. Un compromesso
insufficiente, secondo chi ritiene che è l'intera logica di funzionamento del sistema
agroalimentare che deve essere cambiata.
di François Dufour*
La crisi nell'industria agroalimentare belga, aggravata dal problema del pollo alla
diossina, rimette in discussione gli orientamenti di una politica agricola comune (Pac) la
cui sola ambizione sembra essere quella di adeguarsi alla globalizzazione.
Quando, negli anni '80, le lobby agroindustriali britanniche, decise ad abbassare in ogni
modo i loro costi di produzione, liberalizzarono il settore della carne bovina, non si
aspettavano conseguenze tanto disastrose sulla salute degli animali e degli uomini: nel
1996, l'individuazione dell'encefalopatia spongiforme bovina (Esb), detta della
"mucca pazza", fece nascere dei sospetti su alcune pratiche agricole.
Ma il discredito ricadde sui contadini, i quali invece erano vittime dei produttori di
alimenti per bestiame e dei loro alleati, le industrie di macellazione.
La responsabilità di questa situazione non è solo degli inglesi: va attribuita anche
alle autorità comunitarie, visto l'orientamento che hanno dato alla Pac. Eppure erano
state messe in guardia: fin dal 4 aprile 1996, la Confederazione contadina aveva richiesto
alle autorità francesi e di Bruxelles di adottare con urgenza provvedimenti che
proibissero l'uso delle farine animali negli alimenti di tutti gli animali domestici. La
risposta data allora da Parigi fu che il marchio di identificazione "carne bovina
francese" e una totale "tracciabilità" avrebbero dato tutte le garanzie.
Ingenuità o ipocrisia? Mantenere l'autorizzazione a fare uso di farine negli alimenti per
suini e pollame apriva la strada a tutti i traffici e a tutte le derive. E infatti,
qualche mese più tardi, nel 1997, si scatenava nei Paesi Bassi un'epidemia di peste suina
che provocava la distruzione di tutta una filiera: fu necessario abbattere milioni di capi
di bestiame. Costo dell'operazione: 1 miliardo di ecu (circa 2.000 miliardi di lire), per
metà a carico dei contribuenti europei.
Nessuna misura tampone risolverà problemi che nascono dall'imposizione di un modello
produttivo, organizzato, tramite la Pac, a esclusivo beneficio delle lobby
dell'agroalimentare e in particolare delle transnazionali che producono alimenti per
animali, antibiotici e stimolatori di crescita. Secondo stime ufficiali, in un allevamento
con meno di 100 suini i costi relativi agli antibiotici sono di 120.000 lire per animale.
Ma quando la produzione si concentra in un solo luogo, le spese possono superare le
300.000 lire per capo di bestiame.
L'obiettivo non è più allora curare l'animale, ma ottenere un aumento di peso
artificiale. Eppure i ricercatori microbiologi hanno da tempo dimostrato che, se si
concentrano gli animali, l'industrializzazione dell'allevamento concentra anche elementi
patogeni e rischi.
Si sa che le salmonelle, facilmente presenti nella filiera avicola, sono all'origine
dell'80 % delle infezioni tossiche collettive di origine alimentare censite in Francia.
D'altra parte, le batterie diventano sempre più resistenti agli antibiotici usati in
quantità eccessiva, con i conseguenti, intuibili, inconvenienti nel trattamento delle
malattie infettive. Il comitato direttivo scientifico dell'Unione europea (formato da 16
esperti indipendenti) ha, al riguardo, pubblicato un rapporto nel quale ne chiede la
proibizione. Il comitato, fino ad oggi, non ha trovato udienza a Bruxelles, dove però
sarà organizzata, su questo argomento, una conferenza scientifica internazionale il
prossimo 20 luglio. E' bene ricordare che questo settore del mercato farmaceutico mondiale
rappresenta circa 250 miliardi di dollari Quanto all'uso oggi messo sotto accusa con
grande clamore delle farine animali incorporate come proteine nell'alimentazione del
bestiame per equilibrare le razioni, non è cosa nuova. L'allevamento intensivo
industriale ha costruito la sua potenza e la sua strategia di conquista dei mercati
mondiali attingendo da una fonte inesauribile: i rifiuti riciclati dei mattatoi che
diventano cibo per animali (1).
La ricerca del minor costo per il maggior profitto ha portato i responsabili dei grandi
gruppi di produttori di farine a rifiutare in modo sistematico le norme pubbliche di
trasparenza (tracciabilità) e d'informazione agli allevatori sulle caratteristiche e la
composizione dei prodotti forniti. Nel luglio 1996, la Confederazione contadina (2)
ha presentato la prima querela contro ignoti per la questione dell'Esb (3),
ma la giustizia è lenta. I poteri pubblici francesi ed europei, talvolta così pronti
nell'adottare delle misure, anche legislative, lo sono molto meno nell'applicarle e nel
farle rispettare.
Lo scandalo della carne contaminata con la diossina (4),
sostanza altamente cancerogena e presente a forti dosi in alcuni alimenti per il bestiame
(come quello, ancora d'attualità, dell'Esb), rivela una volta di più, malgrado i
discorsi rassicuranti di cui i governi sono prodighi, il lassismo, se non la complicità,
degli organi dello stato nei confronti del potere finanziario. Il forte aumento delle
"paure alimentari" porterà a pesanti ripercussioni sugli allevatori di pollame,
suini, ma anche bovini: distruzione degli allevamenti interessati, diminuzione dei prezzi,
revisione unilaterale dei contratti di produzione per gli allevatori legati a industrie
produttrici di alimenti. Ma, dopo la diossina, altri pericoli incombono, come, ad esempio,
quelli legati all'accumulo di metalli pesanti nel suolo a causa dell'irrorazione con
fanghi di depurazione, né si può dimenticare che sono ancora sconosciute, sia a livello
dell'ambiente che della salute, le conseguenze delle manipolazioni genetiche su animali e
vegetali.
Finora le istanze comunitarie hanno resistito alla pressione delle industrie farmaceutiche
che vogliono imporre gli ormoni da latte e da animali, anche se si sa bene che il Belgio
è un crocevia per il traffico di questi ormoni in Europa. Ma gli Stati uniti, decisi ad
esportare a qualunque costo la loro carne bovina agli ormoni nei paesi dei Quindici, hanno
già segnato importanti punti a loro favore all'interno dell'Organizzazione mondiale del
commercio (Omc), la quale non si preoccupa minimamente della salute pubblica (5).
Gli europei, come punizione del loro rifiuto, sono costretti a pagare 253 milioni di
dollari, sotto forma di aumento dei diritti doganali su alcune loro esportazioni destinate
agli Stati uniti (202 milioni) e al Canada (51 milioni). La Commissione europea non si
oppone affatto al principio di queste sanzioni, si limita a cavillare sull'ammontare della
cifra. Rifiuta di invocare il principio precauzionale per altro esplicitamente previsto
dall'accordo sulle misure sanitarie e fitosanitarie concluso nel 1994 durante il ciclo
dell'Uruguay dell'Accordo generale su tariffe doganali e commercio (Gatt) col pretesto che
Washington potrebbe considerarlo una provocazione (6)!
Come si è visto nel febbraio 1999 a Cartagena (Colombia) (7),
un altro importante scontro commerciale si delinea tra i paesi che producono e
commercializzano vegetali modificati geneticamente (Argentina, Australia, Brasile, Canada,
Cina, Stati uniti, Messico) e l'Europa, dove, dal 1994, soltanto nove varietà hanno
ricevuto l'autorizzazione ad essere coltivate e importate. Ma è soltanto la pressione dei
consumatori e dei movimenti dei cittadini europei che ha impedito, fino ad ora, alla
Commissione e alla maggioranza dei governi la totale liberalizzazione del commercio degli
organismi geneticamente modificati (Ogm), questi nuovi strumenti di appropriazione di semi
e piante da parte di alcune multinazionali: Novartis, Monsanto, Pioneer-DuPont, Agrevo,
ecc. Da quando esiste l'agricoltura, i contadini seminano i campi con i prodotti del
proprio raccolto. Sono loro che, da millenni, selezionano e adattano le piante in funzione
delle loro necessità e delle caratteristiche dell'ambiente. Oggi, i grandi gruppi di
produttori di sementi hanno selezionato semi ibridi, le cui caratteristiche li rendono
particolarmente adatti all'agricoltura intensiva. Questi ibridi non si riseminano, mentre
le piante autogame come grano, orzo e colza, sono riutilizzate nel 50 % dei casi.
Evidentemente i produttori di semi non hanno interesse a che i contadini possano
riseminare i campi a partire dai propri raccolti. Tentano di convincerli che le
manipolazioni genetiche procureranno loro grossi margini di guadagno.
Questa affermazione costituisce prima di tutto un inganno intellettuale, perché postula
che l'agricoltura intensiva, forte consumatrice di input, pesticidi e fungicidi di ogni
tipo, sia il solo modello atto a soddisfare le necessità dell'uomo. Al contrario, sono
molti i contadini che sviluppano altri tipi di produzione (in particolare l'agricoltura
biologica) altrettanto competitivi, ma rispettosi della natura e dei consumatori.
Inoltre è un inganno economico, perché lasciare i semi nelle mani di alcune
multinazionali, per i contadini vuol dire accettare un'integrazione sempre maggiore nel
complesso genetico- industriale (8).
I rischi, per la salute e l'ambiente, della messa a coltura di piante manipolate
geneticamente costituiscono l'oggetto di serrati dibattiti tra gli scienziati. E la
tendenza è alla prudenza più estrema, in particolare dopo che molti studi hanno
dimostrato gli effetti nocivi, sulle farfalle, del mais transgenico Bt (cioè portatore
della tossina del Bacillus thuringiensis che rende la pianta resistente ad un insetto
detto piralide n.d.t.), prodotto da Monsanto, Novartis e Pioneer, di cui i governi
tedesco, spagnolo e francese, giocando agli apprendisti stregoni, hanno autorizzato la
commercializzazione (9).
Dopo la questione della diossina, la maggioranza dei ministri dell'agricoltura dei
Quindici non ha dato seguito alla richiesta francese di proibizione delle farine animali,
perché si pone il problema delle soluzioni di ricambio con proteine vegetali.
L'agricoltura europea ostaggio degli Usa L'Europa, che ha fatto la triste scelta dello
sviluppo di cereali a basso prezzo destinati al mercato mondiale, è fortemente
deficitaria di vegetali ricchi di proteine e amidi e soprattutto di piante oleose: nella
campagna commerciale 1996-97, il suo tasso di autosufficienza per colza, girasole e soia
raggiungeva solo il 22% (10). E ciò per evidenti ragioni: durante i negoziati del Gatt del 1993, ha
ottemperato alle esigenze di Washington accentando di limitare a 5,482 milioni di ettari
la superficie da coltivare a piante oleose, così da garantire all'agrobusiness americano
uno sbocco illimitato per i suoi panelli di soia e per i prodotti di sostituzione dei
cereali, che entrano nella Comunità esenti da ogni diritto doganale. E' dunque agli Stati
uniti e ai paesi latino-americani che per un'eventuale sostituzione delle farine animali i
contadini europei dovranno rivolgersi per l'approvvigionamento.
Cioè a paesi dove gli Ogm sono coltivati su milioni di ettari (secondo fonti
specializzate, il 40 % della soia e il 20 % del mais americani sono transgenici) e dove le
multinazionali si rifiutano di creare filiere di imballaggio e di commercializzazione
separate tra Ogm e non Ogm. In altre parole, in mancanza di una chiara etichettatura per
l'alimentazione sia degli uomini che degli animali, ai consumatori e ai contadini, presi
in ostaggio, non rimane che scegliere tra la peste delle farine animali e il colera degli
Ogm.
Al di là del sostegno dato dalla Francia, il 24 giugno, alla proposta greca di sospendere
ogni nuova immissione di Ogm sul mercato a livello europeo, le associazioni (France Nature
Environnement, Greenpeace, Attac, ecc.) chiedono una moratoria sulla coltivazione e la
commercializzazione delle tecnologie genetiche e l'applicazione del principio
precauzionale. Una gran parte dei produttori dipende dalle grandi industrie sul piano
tecnologico, economico e finanziario, e ha, quindi, uno scarso margine di manovra.
L'industria si è impadronita del contadino imponendogli le proprie regole per la
produzione di materie prime a basso costo, facendo di lui una cavia che si getta alle
ortiche quando non rende più.
La fame nel mondo non è un problema che si risolverà grazie alle tecnologie genetiche.
La sua soluzione passa unicamente attraverso la sovranità alimentare (11), vale a dire attraverso il rafforzamento e l'autonomia politica dei paesi
in via di sviluppo, attraverso il riconoscimento del loro diritto a proteggersi da
importazioni sleali e dal dumping economico, sociale, ecologico dei paesi ricchi. E' bene
dunque orientarsi verso un'agricoltura che metta al centro delle sue preoccupazioni la
dimensione sociale, territoriale ed ambientale, e non verso un'agricoltura duale che
fornirebbe ai poveri una grande abbondanza di pessimo cibo, prodotto da pochi contadini
ricchi, e ai ricchi un'alimentazione di qualità fornita da contadini poveri. Mettere la
Pac, come fa la Commissione europea, al servizio della "vocazione esportatrice
dell'agricoltura europea", è una decisione che nasce da una grave confusione tra due
mercati di natura fondamentalmente opposta: quello dei prodotti di base (polvere di latte,
cereali, carni bianche e scarti di carni rosse) e quello dei prodotti elaborati e a forte
valore aggiunto.
Il mercato mondiale dei prodotti di base è alimentato dalle eccedenze agricole dei grandi
(Unione europea, Canada, Stati uniti). I corsi di questo mercato sono estremamente bassi e
lo resteranno a lungo, se si dà credito ad un recente rapporto della Banca mondiale:
prezzo del latte compreso tra le 225 e le 300 lire al litro; un chilo di maiale tra le 450
e le 690 lire e di bovino giovane a 1.300 lire. Per produrre a costi così bassi, è
necessario eliminare ogni vincolo nella produzione e annullare ogni limite: luoghi di
produzione giganteschi, terre e aiuti pubblici accaparrati da pochi agromanager.
Il mercato dei prodotti elaborati o a forte valore aggiunto obbedisce a regole del tutto
diverse. I contadini, anche se ognuno di loro ricerca la produttività, non lo affrontano
direttamente. Le produzioni sono in genere molto ben inquadrate e rispondono ad un
mansionario che distribuisce con precisione i compiti: vengono realizzate in ben
identificate zone geografiche e permettono di valorizzare le competenze; concorrono ad una
vera economia locale che nasce dal valore aggiunto. Questa agricoltura è l'unica
soluzione per un tipo di sviluppo basato sulla cieca mondializzazione degli scambi. Le
catastrofi della "mucca pazza" e del pollo alla diossina rischiano di essere
solo il preludio di altri disastri, se non si forma un ampio fronte, costituito da
contadini, consumatori e movimenti di cittadini, uniti nel rifiutare questa forma di
dittatura dei mercati rappresentata dalla onnipotenza delle transnazionali agroalimentari
e chimiche.
note:
* Agricoltore (Manche), portavoce della Confederazione contadina.
torna al testo (1) Sul contenuto delle farine e sui metodi di macellazione, leggere gli
estratti del rapporto confidenziale della Direzione nazionale per le inchieste e la
repressione delle frodi (Dnerf), pubblicati da Le Canard enchaöné del 9 giugno 1999.
torna al testo (2) Ndr: la Confederazione contadina è il sindacato agricolo francese più
rappresentativo dopo la Federazione nazionale dei sindacati degli imprenditori agricoli
(Fnsea). Sostiene un'agricoltura contadina e lotta contro i danni del produttivismo. La
confederazione pubblica un mensile, Campagnes solidaires (104, rue Robespierre, 93170
Bagnolet).
(confédérationpaysanne.fr)
torna al testo (3) Leggere Bertrand Hervieu, "Pazzia delle mucche e pazzia degli
uomini", Le Monde diplomatique/il manifesto, maggio 1996.
torna al testo (4) Le diossine sono degli inquinanti organici persistenti, classificati come
"noti cancerogeni umani" dal Centro internazionale di ricerca sul cancro (Circ).
Si tratta essenzialmente di sottoprodotti di processi industriali: fusione di metalli,
imbiancamento della pasta da carta, produzione di alcuni erbicidi e pesticidi e,
soprattutto, inceneritori di rifiuti, dal momento che la combustione è incompleta. Il
termine diossina designa una famiglia di composti (oltre 400) apparentati alla più
tossica, la Tcdd.
torna al testo (5) Dal 1989, la Comunità europea, a causa dei rischi che comportano per la
salute dell'uomo, ha proibito l'uso di ormoni della crescita nell'alimentazione animale.
Nel 1997, gli Stati uniti e il Canada hanno ottenuto dall'Omc una condanna per questa
"violazione delle regole del commercio mondiale" che riguarda 10.000 tonnellate
di importazioni, su un totale di circa 450.000 tonnellate. Entro luglio, uno speciale
gruppo di arbitraggio dell'Omc deve decidere sull'ammontare delle compensazioni che
l'Unione europea dovrà versare alle due parti lese.
torna al testo (6) Leggere Le Monde, 30 aprile 1999.
torna al testo (7) Iniziata il 14 febbraio, la conferenza di Cartagena sui prodotti
transgenici mirava a stabilire un "Protocollo sulla prevenzione dei rischi
biotecnologici" provocati dagli Ogm. Il "Gruppo di Miami", guidato dagli
americani, si è opposto, rinviando il problema all'Omc (Le Monde, 26 febbraio 1999).
torna al testo (8) Leggere Jean-Pierre Berlan e Richard C. Lewontin, "Il complesso
genetico-industriale: un racket confisca la materia vivente", Le Monde
diplomatique/il manifesto, dicembre 1998.
torna al testo (9) Uno studio dell'università di Cornell, pubblicato dalla rivista Nature,
del 20 maggio scorso, e confermato da ricercatori dell'università di Iowa, ha rivelato un
tasso di mortalità del 44%, in 48 ore, nelle larve di farfalle Monarch alimentate con
cicerbita contaminata da polline di mais Bt.
Lavori condotti da Greenpeace con un entomologo dell'università di Exeter hanno
dimostrato che il mais in questione potrebbe essere dannoso per oltre 100 specie, tra cui
il pavone, il macaone e l'atalanta. Greenpeace International: www.
greenpeace.org
torna al testo (10) Leggere Jacques Loyat e Yves Petit, La Politique agricole commune, La
Documentation française, Parigi, 1999.
torna al testo (11) Leggere Edgard Pisani, "Per far sì che il mondo nutra il
mondo", Le Monde diplomatique/il manifesto, aprile 1995.
(Traduzione di G.P.)
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