"Piccolo è bello" ma spesso rischia di finire fuorilegge
A chi si sforza di produrre qualità, dal pane, al formaggio, alla carne bisogna dare la possibilità di poter vendere tutto quanto eccede il consumo famigliare senza i vincoli creati per le imprese maggiori


Questa settimana si è chiuso il vertice di Johannesburg e come si poteva realisticamente prevedere è stato tutt’altro che un successo: è ancora più chiaro che le intenzioni di chi detiene il potere economico non contempleranno mai la voglia di fare qualcosa per i destini della terra e dei suoi abitanti più in difficoltà. Sarebbe retorico e ripetitivo commentare ulteriormente gli esiti deludenti del summit sudafricano; sarebbe anche deprimente e, dunque, vorrei partire da una constatazione positiva sulla nostra realtà nazionale per porre alcuni interrogativi e stimolare l’attenzione e l’ingegno di chi è competente in materia. Se ci concentriamo sull’Italia e, più in particolare, sul territorio in cui vive ciascuno di noi, non sarà difficile individuare ancora molti esempi di produzione alimentare e agricola di ottimo livello. Non si tratta soltanto degli agricoltori e degli artigiani sopravvissuti ai metodi intensivi e omologanti moderni, perché, questo è il dato confortante, in questi ultimi anni c’è stato un ritorno alla terra da parte di soggetti che di contadino avevano soltanto la memoria dei loro anni infantili. Generalmente si tratta di gente che acquista un terreno e una cascina, oppure ristruttura quella dei genitori, per darsi alla coltivazione, all’allevamento, alla trasformazione dei suoi prodotti con un’idea ben precisa: innalzare il livello della qualità e riproporre antiche e valide varietà di coltivazione e metodi di lavoro. Il tutto rigorosamente biologico, in armonia con la natura, e rigorosamente buono, supportato da uno studio appassionato e competente. Si tratta di piccole unità produttive che mi è anche capitato di visitare, e nelle quali, accanto a entusiasmo e savoir faire, ho riscontrato spesso problemi di natura burocratica e legislativa, ostacoli più o meno grandi alla loro voglia di produrre bene e secondo una filosofia in armonia con la natura che oggi piace, ma che è ancora ben lungi dall’essere appoggiata a livello istituzionale. "Small is beautiful": la produzione su scala ristretta è l’unica oggi in grado di garantire qualità, salubrità, ecocompatibilità e sviluppo equo e sostenibile, ma per certi versi è un ritorno al vecchio che mal si accompagna con le nuove normative europee e statali, disegnate sulla pelle di metodi produttivi industriali e su vasta scala. Prendiamo per esempio la scomparsa dei piccoli macelli: sono ritenuti inadeguati e vanno contro la centralizzazione della produzione di carne, ma sarebbero un bell’aiuto e un bell’incentivo a chi ha ancora voglia di tenersi un maiale o due, qualche capo da allevare con cura e da macellare per sé e per alcuni conoscenti, o per il ristoratore che ricerca in modo maniacale le materie prima di qualità. Oppure, consideriamo il fatto che un forno per la produzione del pane in cascina è praticamente illegale se si vuole anche vendere il prodotto in eccesso e arrotondare il bilancio dell’impresa. Ci sono ostacoli fiscali e leggi che vietano i forni se ce ne sono già nelle vicinanze. Di esempi ce ne sarebbero altri, e costringono il piccolo agricoltore armato di bravura e intelligenza a fare il fuorilegge o ad abbandonare le sue produzioni migliori. Invece questo modo di produrre andrebbe incentivato a livello locale: penso a quanti bravi ristoratori ci sono in zone come le Langhe e mi chiedo se non sarebbe una bella idea creare una rete fra tante piccole imprese agricole che riuscirebbero con facilità a soddisfare la loro fame di materie prime buone: pane, carne, ortaggi e frutta. Questo sarebbe un buon mercato, remunerativo per tutti e prodigo di gratificazioni, sarebbe la realizzazione di un nuovo modello di sviluppo rurale, un modo per riconsiderare la terra come un impiego interessante per i giovani e ricco di stimoli. Se chi produce per sé e per la propria famiglia non è agevolato nella vendita delle eccedenze e nel commercio in zona, questo ritorno alla terra e alla piccola produzione di cui si intuiscono i primi vagiti sarà fallace e non fecondo. Se invece capiremo che il modello funziona, sarà anche più facile incentivarlo nei paesi poveri, dove, anche lì, è l’unica soluzione possibile.

 

Carlo Petrini da Agricoltura - La Stampa del 15/09/2002