Interessante convegno domenica 30 aprile a San Giorgio in occasione della Fiera del vino e del vigneto e Colloquio sul vino 2000:la viticoltura biologica.

Naturalmente si è parlato anche di agricoltura biodinamica.

SAN GIORGIO - I vini biologici del 1998 non hanno nulla da invidiare, per quanto riguarda qualità e prezzo, a quelli prodotti in maniera convenzionale, e sono ampiamente competitivi sul mercato. Così si sono espressi i relatori al convegno Colloquio sul vino 2000 incentrato sulla viticoltura biologica e l’agricoltura biodinamica tenutosi domenica 30 aprile a San Giorgio in occasione dell’appuntamento con la Fiera del vino e del v.igneto. Restano comunque delle diffidenze e delle barriere da sormontare anche se, per il vino biologico, c’è molta curiosità.

Interessante l’esperienza condotta nel settore della produzione dei vini biologici da parte di Giorgio Lanza, viticoltore di origine biellese da alcuni anni in Monferrato, titolare dell’azienda agricola "Carriola", in territorio ozzanese. Lanza, sulla scia dell’esperienza svolta dai Brezza e da Daniele Saccoletto, si occupa anche di agricoltura biodinamica. La sua, è un’azienda condotta con metodi che si rifanno al passato, e il suo modo di concepire l’agricoltura e lavorare la terra esprime una vera e propria filosofia di vita intrisa di connotati etici che si rifanno alla dottrina steineriana.

A partire dalla vendemmia dello scorso anno, Lanza ha conferito alla cantina sociale di San Giorgio una partita di Barbera a parte di 200 quin-tali, coltivata con metodi biologici, che ha fruttato 130 ettolitri di vino.

Cosa significa per Lanza essersi "convertito" alla linea biologica e biodinamica? "Il mio modo di condurre l’azienda - ha spiegato - riguarda l’agricoltura in generale e non solo la vite e coinvolge i seminativi e l’allevamento del bestiame. Occorre vivere l’azienda come se fosse un organismo dove ogni sforzo profuso tende all’equilibrio perfetto. Occorre, per fare questo, una conoscenza tecnica e una particolare sensibilità perchè la biodinamica ha un fondamento etico - scientifico ben pre-ciso che si rifà al pensiero di Rudolf Steiner del 1924. Nei paesi mitteleuropei, la rete di produzione e distribuzione biodinamica è molto fertile. Si tratta di un’opportunità che la biologia dà alla cooperazione vitivinicola, utile anche ai fini dell’incremento demografico collinare e allo sviluppo economico".

Ad illustrare la linea biologica sperimentale posta in atto da Lanza e vinificata all’enopolio del Chiabotto è stato Andrea Del Ponte, enotecnico della stessa cantina: "L’uva di Lanza è stata vinificata senza ossigeno ed è pienamente riuscita. Non sono state fatte aggiunte di anidride solforosa ma unicamente di bisolfito a scopo di disinfezione. La Barbera di Lanza del 1999 èstata vinificata come al tempo dei nostri nonni".

Ma cosa significa produrre un vino biologico ottenuto con uve vinificate con criteri biologici e quali requisiti deve avere per poter fregiarsi di una simile etichetta? Il vino, per potersi fregiare del marchio biologico, deve essere l’emanazione di un prodotto sano, a valenza ecologistica. "Il consumatore straniero, molto attento all’etichetta del prodotto enologico, pretende che dietro alla bottiglia di vino esista la salubrità del prodotto e la certificazione ambientale. Chi vende il vino, insomma, dovrà sempre più in futuro essere paladino dell’ambiente. Il consumatore è infatti disposto a pagare di più la bottiglia purchè venga ri-spettato l’ambiente. Ecco dunque che in campo vitivinicolo gli sforzi per produrre vini biologici devono essere tutelati e riconosciuti a livello di reddito.

E’ una nicchia, quella dell’enologia biologica, sempre più valorizzata".

Dopo aver detto che l’enologia convenzionale moderna ha già molto di quella biologica, Sergio Molino, enologo B.M.B., ha illustrato i comandamenti da osservare per vinificare secondo il "credo" biologico: "Occorrono contenitori in acciaio inox e non di vetroresina e quelli di legno, consigliati, devono essere nuovi e non contaminati da altri vini. L’uva, non va aggredita ma denaturata, utilizzando macchinari particolari quali la pigatrice orizzontale. Per quanto riguarda le pratiche enologiche, sono pochi i prodotti non ammessi: tra questi, quelli derivati da organismi modificati geneticamente, lo zucchero, le gelatine liquide. Sono invece ammessi gli autoarricchimenti, le correzioni acide, i lieviti selezionati. Delicata la fase della fermentazione per la quale è ammesso il controllo termico. Sì al controllo della feccia, no ai trattamenti freddi, ammesse le filtrazioni "a membrana tangenziale". Per l’imbottigliamento si utilizzano solo tappi di sughero naturali, non gli sbiancati e quelli sterilizzati con radiazioni. Il limite dell’addizione dell’anidride solforosa deve essere di 60 mg/litro per i vini rossi, e di 80mg/litro per i "bianchi ".

La conversione dal metodo di produzione convenzionale alla linea biologica è piuttosto lenta: "Chi compie tale scelta deve "purgarsi" ed entrare in una "fase di conversione" di 2 - 3 anni in cui l’azienda comunica agli organismi preposti l’intenzione di produrre vino biologico. Il controllo del mutamento d’indirizzo è piuttosto rigoroso ed è effettuato da 9 istituti".

Un ultimo aspetto riguarda la fertilizzazione e l’impiego degli insetticidi. "L’aspetto della fertilizzazione è complesso in quanto occorre utilizzare concimi naturali come i letami, sempre più difficili da reperire. C’è poi il controllo degli infestanti, che richiede co-sti più elevati, del 15 - 20% in più rispetto alla viticoltura tradizionale. L’unico insetticida consentito nella linea produttiva biologica è il piretro, mentre sono rigorosamente banditi prodotti chimici quali il "Cascame e il "Trebon" usati contro la flavescenza dorata".

Pier Luigi Rollino

Tratto da "Il Monferrato" - martedì 9 maggio 2000